Riflessioni

Riflessioni (Foto: M.Mormile).



4 marzo 2018 • Lettera aperta al Dr. Roia
 
Egregio Dr. Roia, sono un penalista e ho letto il suo articolo sul Corriere della Sera del 15 febbraio scorso in relazione al verbale dell’incidente probatorio nel procedimento fiorentino nei confronti dei Carabinieri, accusati di violenza sessuale in danno di due ragazze americane. Il verbale, o meglio un estratto, è stato pubblicato dallo stesso quotidiano per evidenziare come il Giudice abbia impedito ai difensori di rivolgere alle persone offese, “vittime due volte”, domande troppo invasive e non pertinenti rispetto al tema.
In primo luogo mi pare che non si possa valutare un procedimento di cui non si conoscono le carte; e, tantomeno, si può valutare la pertinenza di domande stralciate da un percorso argomentativo, quello del controesame, molto delicato e tecnico, come lei certamente sa.
Ciò premesso il bilanciamento degli interessi in gioco è indubitabilmente difficile: converrà però che la necessità di non mettere in difficoltà le (presunte) vittime di violenza sessuale non può prevalere sull’esigenza, definita “inviolabile” dalla Costituzione, di difendere un (presunto) innocente, anche a costo di scandagliare, ebbene sì, gli orientamenti sessuali della persona offesa e il suo abbigliamento di quella sera. Chè di sesso si parla nei reati di violenza sessuale, piaccia o no.
Il punto però è questo: dalle sue parole sembra quasi trasparire una scarsa considerazione, che sicuramente non le appartiene, per le prerogative della difesa; lei sostiene addirittura la necessità di evitare, e anzi denunciare, le “violenze in toga” per evidenziare, in chi le commetta, una “responsabilità deontologica e professionale”.
Bene. Le confesso che io, lavorando quotidianamente come difensore degli accusati di qualsiasi tipo di reato, sono uno che quelle che lei chiama violenze in toga le commette.
E per comprenderne la ragione, mi piacerebbe che lei, una volta, una volta soltanto, potesse mettere una toga diversa dalla sua e sedersi da questa parte dell’aula, di fianco a un imputato la cui vita è (già) rovinata dal solo essere sottoposto a un procedimento così infamante; mi piacerebbe che la sera prima lei avesse ricevuto fino a tardi il cliente e i suoi parenti in lacrime, che la implorano di far emergere la verità; mi piacerebbe che sentisse il peso schiacciante di un procedimento difficile, nel quale una domanda della difesa, una sfumatura, un termine, può salvare la vita di una persona che è pur sempre presunta innocente; mi piacerebbe che provasse la frustrazione di sentire un giudice che si esprime seccamente e con malcelato fastidio (“domanda non ammessa”) non consentendo domande che, per quanto scomode, hanno un grado di invasività direttamente proporzionale all’importanza di esplorare i temi di prova, per quanto scabrosi; mi piacerebbe, infine, che provasse cosa significhi uscire dall’aula umiliato e dovendo tuttavia sostenere lo sguardo del cliente, ormai convinto che il processo sia segnato e che il suo difensore ben poco abbia potuto fare per raddrizzarlo.
A me piacerebbe che lei provasse tutto questo, prima di parlare di violenze in toga. Perché la toga che noi portiamo non ha un peso diverso da quella che porta lei, ed è segnata da enormi sofferenze umane, non meno degne di considerazione di quelle delle vittime di reati sessuali.

Alessandro Brùstia

Corriere della sera del15 febbraio 2018 - pagina 18


11 maggio 2017 • Festina Lente
 
Ragionevole durata del processo, gradi di giudizio, garanzie difensive, termini di prescrizione…il cittadino rischia di perderci la testa. Ma in definitiva, ‘sto processo come deve essere? Lento o veloce?
A favore della speditezza militano tanti fattori, in primis la necessità, da Beccaria in poi, che la giustizia dia una risposta sollecita sia alla vittima del reato sia alla persona accusata, che ha tutto il diritto di veder riconosciuta in tempi rapidi la propria innocenza (pur sempre presunta, in base alla Costituzione).
La rapidità della giustizia, coniugata all’assenza di discrezionalità del Giudice (che doveva limitarsi ad essere “la bocca che pronuncia le parole della legge”), era la cifra del pensiero illuministico settecentesco: di lì a poco, però, le teste rotolarono e si capì che la velocità poteva andare a discapito della ponderazione delle ragioni opposte e, sul piano processuale, delle prove. Il processo è (sempre più) questione di tecnicismi, anche scientifici, e difficilmente il suo governo si concilia con la fretta e la conseguente, inevitabile, superficialità.
Dunque, lento o veloce? Forse il principio ispiratore dovrebbe ritrovarsi nel motto “festina lente” attribuito da Svetonio all’imperatore Augusto: affrettati con calma, spicciati, ma non senza ponderare, sii efficiente ma non per questo superficiale, assumi una decisione ma soppesa attentamente le ragioni pro e contro.
Nell’ossimoro troviamo il cuore di un istituto, il processo, che deve dare garanzie di giustizia e di equità e bilanciare entrambe le esigenze: che dunque il processo sia lento, ma non per inefficienza dello Stato o indolenza dei suoi protagonisti, ma perché per decidere della sorte di un proprio simile il Giudice valuti con la saggezza, lo scrupolo e la prudenza che si addicono a un compito così grande. E terribile.

Alessandro Brùstia



20 luglio 2017 • Tanto rumore per nulla
 
Dunque alla fine il Tribunale di Sorveglianza di Bologna ha deciso: le condizioni fisiche di Totò Riina non sono incompatibili con il regime detentivo, anche considerata la predisposizione di “presidi medici e assistenziali di altissimo livello”. Riina così continuerà a scontare la sua pena in carcere.
Tutto risolto, quindi? Non proprio. Perché non si è ancora spenta l’eco delle polemiche successive alla sentenza della Cassazione, che aveva rimesso al Tribunale di Sorveglianza di Bologna, appunto, la valutazione della compatibilità della permanenza in carcere con il diritto di questo condannato, come di tutti i condannati, a morire dignitosamente. In effetti la Cassazione non aveva fatto altro che ribadire un concetto molto semplice: la legge è uguale per tutti, mafiosi compresi, e lo Stato di diritto è rafforzato, non indebolito, nel momento in cui non fa eccezione per nessuno, nemmeno per un criminale come Totò Riina.
Conclusione non condivisa però dagli indignati in servizio effettivo permanente, professionisti dell’antimafia in testa (e i due grandissimi autori delle rispettive citazioni ne perdonino l’abuso da lassù), i quali a suo tempo si stracciarono le vesti mistificando la realtà e soffiando sul fuoco della solita, scontatissima polemica giustizialista ma dimenticando che il rispetto della legalità non si ferma sulla soglia della cella dei condannati, mafiosi o meno, famosi e non.

Alessandro Brùstia



4 settembre 2017 • Emergenza stup(r)idi
 
Emergenza stupri. In queste ore, a giudicare dai media, i delinquenti che si annidano nel belpaese sarebbero fortemente impegnati nel campo delle violenze sessuali. In 48 ore ben 5 casi! Singolarmente, nello stesso periodo di tempo, nessuna donna sarebbe stata maltrattata, malmenata o uccisa dall’ex marito/compagno. Nessuno sarebbe stato investito da auto pirata e nemmeno un bambino sarebbe stato morsicato dai cani.
Insomma, sempre di emergenza criminale parliamo, ma almeno i nostri delinquenti agiscono ordinatamente e per gruppi omogenei: sai che casino, invece, se ogni giorno le cronache dovessero dire che è stato commesso un omicidio stradale qui e uno stalking là, una truffa a Bolzano e una rissa in discoteca a Lecce?
Meglio così: le mode, anche quando riguardano il codice penale, vanno seguite una per volta, altrimenti come facciamo ad abbindolare il cittadino?

Alessandro Brùstia



30 novembre 2017 • Video shock: cui prodest?
 
Immagini raccapriccianti, orribili, tali da dover distogliere lo sguardo. Si susseguono senza sosta e, invece, ipnotizzano gli attoniti spettatori. No, non è un reportage da una città del medio oriente martoriata dalle bombe. Sono le immagini “targate” Polizia di Stato che da qualche sera vengono trasmesse in prima serata da tutti i telegiornali nazionali: sono le immagini delle maestre di Vercelli che picchiano e insultano dei poveri bambini di 4 o 5 anni.
Su queste immagini una riflessione che vada al di là dello scontato sdegno va fatta. E la riflessione passa da una lunga ma doverosa serie di interrogativi.
Qual è lo scopo, per gli inquirenti, di inviare quelle immagini alle televisioni?
Qual è lo scopo di mostrarle in prima serata, con tanto di sottotitoli?
E’ proprio necessario colpire così duramente il telespettatore?
Possiamo dire, come si fa per le immagini di guerra, che comunque il cittadino, l’utente, il telespettatore, ha diritto di sapere, di vedere, di toccare con mano le brutture e le meschinità a cui può scendere l’animo umano?
Al cittadino non basterebbe sapere del fatto e dell’arresto dei suoi autori? Il suo diritto all’informazione sarebbe irrimediabilmente leso se non gli mostrassimo i pugni e i calci sui bambini inermi e non gli facessimo sentire e leggere gli insulti e le minacce?
Lo scopo dell’operazione è evidente (gli inquirenti hanno dichiarato che quelle mostrate al telegiornale sono le immagini che immortalano gli episodi peggiori) dal momento che gli interessi in gioco, quello degli inquirenti e quello dei media, poggiano uno sull’altro e si fondono. Il risultato, in primo luogo, è di alimentare un’enorme rabbia verso delle persone, che, piaccia o meno, sono presunte innocenti in base alla Costituzione, e, inoltre, di spettacolarizzare una notizia che, non accompagnata dalle immagini, perderebbe quella terribile pervasività agli occhi del telespettatore.
La conclusione è che la trasmissione delle immagini ingenera una psicosi involontaria ma tanto inevitabile quanto umana: milioni di genitori si chiederanno se anche le maestre dei propri bambini possano comportarsi così, se ci sia da fidarsi, se non sia meglio addirittura imporre per legge il posizionamento di telecamere che le monitorino senza sosta. Roba che solo Orwell avrebbe concepito nel suo noto capolavoro.
Bisogna allora chiedersi se tra i compiti delle forze dell’Ordine ci sia non solo quello di perseguire i reati ma anche di suscitare lo sdegno, sentimento umano ma che poco c’entra con l’amministrazione della giustizia. Perché allora mostrare quelle immagini? Perché giovano a chi, a tutti i livelli, pensa che la spettacolarizzazione mediatica delle indagini possa tornare utile, politicamente (col buttate la chiave si recuperano milioni di voti) e giudiziariamente (le indagini sono forrtemente rafforzate dall’aver portato l’opinione pubblica all’indignazione, un grande passo verso la condanna è stato fatto). Il tutto a discapito, in fin dei conti, della serenità delle persone offese e delle loro famiglie.

Alessandro Brùstia

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